In questo blog voglio raccontare e trasmettere le storie di questi uomini diventati soldati e che oggi a cent’anni di distanza non vengano dimenticati.
Sono storie nella storia di quella che fu la Grande Guerra.
Questi caduti sono morti sul carso, in quei due anni e mezzo di sanguinose battaglie, molti di questi oggi riposano al sacrario di Redipuglia con un nome, ma per la maggior parte questo non è stato possibile. Voglio così onorare la loro memoria con questo mio tributo.

Vorranno dimenticarvi, vorranno che io dimentichi, ma non posso e non lo farò. Questa è la mia promessa a voi a tutti voi.

Vera Brittain

domenica 18 gennaio 2015

Tenente CRIMI Antonino



47° Fanteria Brigata Ferrara

Nato a Naso (ME) il 15 Gennaio 1890
Disperso a Hoje ?  (Bainsizza) il 22 Agosto 1917


Decorato di Medaglia d'Argento al Valor Militare 



Comandato di collegamento  fra le ondate d’assalto e il comando di reggimento, con sereno sprezzo del pericolo fu di esempio ai soldati, rincorandoli e trascinandoli avanti con la parola e con l’esempio sotto l’infuriare del tiro di sbarramento e le raffiche delle mitragliatrici nemiche.  
 Dosso Faiti, 23 maggio 1917




Questo Blog l'ho voluto fare per onorare i caduti della Grande Guerra sul Carso. In ogni post che inserisco c'e' un caduto morto o disperso  su questa zona di guerra. Per questo caduto invece non è così, ho voluto per questa volta metterlo perche' secondo me la storia che leggerete tratta da un diario, merita di essere ricordata. Lui sul Carso ci è stato, era in un reggimento dei più famosi e provati da tante battaglie dall'inizio di quella guerra, lo si si è visto a Castelnuovo, sul Monte San Michele, a Opacchiesella per poi spostarsi sul Fajti e chiudere la sua parte di guerra sul Carso.
Il Carso non ha voluto essere la sua tomba, lui che sul Carso, ha vegliato tante notti, lui, che ha solcato i camminamenti, le trincee, le doline, lui che ha atteso gli assalti con il cuore stretto nell'angoscia. Tutto questo l'ha accomunato ai tantissimi altri soldati caduti, poi, via da questo Carso, perche' la guerra ti fa da destino e il suo destino non era qua. Lui non avra' nessuna croce, nessun sacrario avrà i suoi resti, la sua tomba sarà un altra terra di un altro fronte, quello che l'ha visto cadere e morire. Nel racconto di lui, Leo Pollini nel suo diario  le "Veglie al Carso" lo chiamerà solo. "Un Amico", quell'amico vero che le circostanze della guerra gli ha dato, per poi dividere le loro strade per sempre. Dedico a lui e a quelli come lui questo post.


Dal Diario di Leo Pollini "Le Veglie al Carso":

Per quasi un anno ci siamo guardati con perfetta indifferenza senza che la vista dell'uno suscitasse nell'altro un moto qualsiasi di simpatia o antipatia.
Eravamo di due diversi battaglioni e, per la verità  ci vedevamo assai di rado, nel breve attimo di un incontro in trincea, durante un cambio, o a riposo durante le rumorose visite che si scambiano gli ufficiali dei diversi battaglioni alle mense.
Poi a mano a mano ci siamo avvicinati, per quel sentimento irrestistibile che attira l'uno all'altro i superstiti di tante battaglie, i resti di tante eroiche decimazioni.
Ad agosto (1916) egli prese il comando di una nuova sezione mitragliatrici: allora i nostri rapporti divennero più frequenti, ci demmo qualche volta il cambio nelle prime linee, sostammo negli stessi ricoveri nelle otre di tregua, incominciammo dei discorso che si infervoravano, ma che dovevamo lasciare a metà e continuare un altra volta, magari dopo quindici giorni; le nostre anime si avvicinavano insensibilmente, quasi senza saperlo, senza volerlo.
Avevamo nel cuore entrambi le nostre donne in attesa: io gli parlavo della mia sposa e della bimba, egli delle sorelle, che aveva lasciato laggiù in una piccola cittadina della Sicilia; tesori di amore uscivano delle nostre labbra, come incensi profumati che esalino a Dio dagli altari.
Non sorse mai l'ombra della discordia fra di noi; egli si avvicinò a me con slancio e bontà, io con trasporto e sincerità.
Ci sorreggevamo a vicenda: ben presto il pericolo ci affrattellò. Egli era tenente come me, era stato mandato come subalterno alla mia compagnia per un infortunio di cui non aveva la menoma colpa; dividemmo il pane e le ansie, il breve spazio del rifugio comune e del nostro insonne riposo.
Nelle notti di riposo trascorrevamo le ore interminabili, stretti nelle cucce, uno accanto all'altro, sotto il brevissimo e buio cielo della nostra tana che non bastava a ricoverarci fino ai piedi, specialmente lui che era più lungo di me; così ci gocciolava sulle gambe lo stillicidio della pioggia del tetto.
Dopo una sua licenza ci ritrovammo sul Fajti, allora la vetta più sacra d'Italia.
I nostri colloqui eran di notte; nell'oscurità ci conoscevamo, dalle tenebre uscivano puri e trasfigurati i nostri volti, in cui brillavano le nostre anime. L'uno dava all'altro calma e forza.
Insieme varcavamo le prime linee, inoltrandoci, quasi senza cautele, nei boschetti in discesa su Spacapani, in vista di Gorizia, piena di luci sinistre e di scoppi laceranti; insieme scrutavamo le ombre, interrogandoci coi muti sguardi.
Quando io lasciai improvvisamente il reggimento, ci abbracciammo e ci lasciammo quasi senza dolore; sentivamo che non saremmo oramai stati più lontani, perchè non sarebbe stato possibile.
Mi scrisse la vigilia della battaglia della Bainsizza: <<Dovremo di sorpresa dare l'assalto al bastione che ci sta innanzi, attraversando il fiume sotto il fuoco nemico e attaccando risolutamente. Per i primi come vedi, ci sono poche probabilità di ritorno. Io ti abbraccio, o mio fedele amico, senza dolore come quando tu mi hai lasciato alla tua partenza. Qualche cosa di tuo io lo porto nel regno di Dio e delle anime: qualche cosa di mio son certo che rimarrà in te su questa dolorosa terra>>.
E scomparve! Scrissi ad amici comuni: nessuna traccia ebbi più di lui. Non era tra i prigionieri, non fu trovato il suo corpo e pur fu visto da qualcuno cadere.
Tu sei là sull'Isonzo, nell'atto di varcarlo, mentre l'anima in tumulto, purificata nello strazio della carne, si placava in un pensiero di Platone, che ti era sì caro. Tu sei là o amico tutt'anima.
Io ti rivedo nella casa rustica del piccolo villaggio laggiù friulano dove eravamo a riposo, accanto al focolare degli umili contadini, che avevano accolto mia moglie e i miei due piccoli bimbi, quando tu prendesti tra le braccia mio figlio e levandolo in alto, commosso mormorasti:
. Tu, tu sarai migliore di noi!



Note Storiche:
La Brigata Ferrara dopo aver trascorso dall'inizio della guerra dipendendo dalla III^ Armata, passo' alla II^, dove nell'XI^ battaglia faceva parte della 22^ Divisione. Il 22 Agosto La brigata Ferrara si trovava già dal mattino per proseguire l'azione verso la testata di Siroka Njiva ma con gravissime difficoltà il 47° puntava verso Testen mentre il 48° verso Mesnjak con gravi difficoltà, anche per un contrattacco austriaco che investì la brigata facendola arretrare nelle posizioni di partenza. Ma subito ci fu la reazione guidata e comandata dal Colonnello Fasolis di tornare all'attacco verso le alture di Mesnjak facendo ritirare gli austriaci. Il Tenente Crimi morirà in questa giornata in questi continui assalti, l'isonzo giorni prima lo riuscì a varcare ma la morte lo prese poco dopo sulle alture di Mesnjak. 

(fonti storiche  tratte anche  dal libro di Gerardo Unia "L'11 Battaglia")


Mesnjak e Testeni viste dal Veliki Vhr:




Mesnjak:


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