In questo blog voglio raccontare e trasmettere le storie di questi uomini diventati soldati e che oggi a cent’anni di distanza non vengano dimenticati.
Sono storie nella storia di quella che fu la Grande Guerra.
Questi caduti sono morti sul carso, in quei due anni e mezzo di sanguinose battaglie, molti di questi oggi riposano al sacrario di Redipuglia con un nome, ma per la maggior parte questo non è stato possibile. Voglio così onorare la loro memoria con questo mio tributo.

Vorranno dimenticarvi, vorranno che io dimentichi, ma non posso e non lo farò. Questa è la mia promessa a voi a tutti voi.

Vera Brittain

domenica 4 settembre 2016

Soldato Volontario BOLLINI Carlo




32° Fanteria Brigata Siena
 

Nato a Milano il 3 Aprile 1897
Disperso sul Carso zona Trincea delle Frasche il 23 Ottobre 1915



Note Storiche:
Il 32° Fanteria della Brigata Siena il 23 ottobre 1915 (III^ battaglia dell'Isonzo),  si trovava a fronteggiare  la trincea delle Frasche sul Carso di Castelnuovo.
Per comunicazione giunta nella notte, questa mattina del 23 Ottobre 1915, la 28^ Divisione, appoggiata anche del gruppo di obici pesanti Guidotti, tenterà di raggiungere il fronte S. Martino (compreso) - q. 151 fino alla carreggiata tenuta dal X° C.A. . Dopo opportuna preparazione di fuoco di artiglieria, la fanteria di detta divisione inizierà l'avanzata. Perciò il Comando di Brigata ordina una più intensa vigilanza sul fronte e quella cooperazione col fuoco e con l'azione che le truppe della Brigata Bari che è immediatamente a sinistra. L'ala sinistra nostra avrà cura speciale del materiale collegamento continuo con le truppe della Brigata.
Oggi dunque per la terza volta, le truppe della Brigata ritenteranno l'assalto alla trincea delle Frasche.
Per l'attacco vengono date le seguenti disposizioni al Comandante del sottosettore di sinistra Ten.Col. Monti del 31° fanteria:
- Si raccomanda la massima energia e il massimo ardimento per l'attacco, sia ai primi assalitori, sia alle schiere successive. La trincea delle Frasche deve essere presa ad qualsiasi costo. Alla Brigata è affidato questo compito e la Brigata deve assolverlo.........-
la trincea delle Frasche è rinforzata e completamente intatta per un lungo tratto (la trincea è lunga circa 600 metri) avendola gli Austriaci riattata.
Alle ore 8.45 la batteria pesante campale Guidotti, inizia il tiro contro la trincea delle Frasche e per accordi presi, deve aprire breccia nel centro della trincea delle Frasche e sul saliente Nord di detta trincea, ma il tiro è molto lento e poco efficace.
Verso le ore 12 il 139° (Brigata Bari) pur rimanendo in trincea appoggia a sinistra il vuoto formatosi e che si prevede aumenterà di molto durante lo svolgersi dell'azione, dato l'obbiettivo divergente di quella divisione, può per ora essere colmato da una compagnia del 32° fanteria.
Alle ore 13 il tiro delle nostre artiglierie procede ancora lento e poco efficace, e si prevede che prima delle ore 15 difficilmente le truppe potranno muovere all'attacco. La destra del 139° non è avanzata ancora, la brigata Bologna a destra (39° e 40°) chiede cooperazione e il Comando di Brigata ordina al Col. Chiavassa del 31° Fanteria, comandante del sottosettore di destra di assecondare il movimento a qualunque costo, e per intensificare l'azione da quella parte impegna le ultime due compagnie ( 32°) che rimangono di riserva. (Già due sono andate a sinistra per il prevedibile vuoto) ove più non restano che le 5 compagnie del 31° Fanteria, fatte ritirare dal fonte, perchè scosse dai giorni passati.
Alle ore 14 inizia l'attacco all'estrema destra con una compagnia del 31° ma è subito arrestata da violento fuoco di fucileria e d'artiglieria. Non essendo possibile avanzare per ora da tale punto, si tenta l'avanzata dalla sinistra di settore.
Le nostre linee e le retrovie sono battute dall'artiglieria austriaca con violento cannoneggiamento di piccolo calibro, medio e grosso calibro.
Alle ore 14.50 si stabilisce l'avanzata per le ore 15,15 e in tale senso si preavvisano le artiglierie perchè a detta ora allunghi il tiro intensificandolo sui camminamenti nemici.
Alle ore 15 la 20^ Divisione alla nostra destra avanza verso la trincea dei Morti che occupa: il 39° Fanteria accenna ad avanzare con la sua destra sulla trincea delle Celle, la sua sinistra però non si muove affatto. L'assalto alla trincea dei Razzi non si giudica possibile perchè intatta e non battuta mai dalla artiglieria,e  le truppe che la fronteggiano sosterranno perciò, avanzando da sinistra l'assalto alla trincea delle Frasche.
Alle ore 15.15 infatti la truppa, con slancio veemente, si butta sulla trincea delle Frasche, che viene occupata di sorpresa, in parte verso destra da 4 compagnie. La sinistra del sottosettore di destra (Razzi) avanza anch'essa verso il saliente di unione trincea Frasche e Razzi.
In un'altra ondata anche le compagnie di estrema sinistra raggiungono la trincea delle Frasche e la occupano.
Sono stati fatto circa 380 prigionieri.
Il combattimento ferve su tutta la linea e specie sui fianchi, micidialissimo. Nostre sezioni mitragliatrici vanno ad appostarsi nella trincea nemica.
L'artiglieria nostra ha però quasi sospeso il tiro sul rovescio della tricea, sulle retrovie.
Alle ore 17 il Comando del sottosettore giudica necessari a ben mantenere il saldo possesso della trincea conquistata, altri 2 battaglioni, uno sulla destra e uno sulla sinistra.
L'artiglieria nemica batte violentemente la nostra fanteria e necessita asolutamente che la nostra riprenda fuoco efficace, cosa però che, per quanto richiesta non si può ottenere, neppure rivolgendosi al Comando di Divisione e al Comando d'artiglieria.
Un Comando di gruppo di artiglieria da campagna al quale si chiede di battere il rovescio della posizione con tiro d'interdizione, risponde non pterlo fare perchè quello non è il suo settore d'azione.
Il 31° Fanteria è tutto impegnato; del 32° Fanteria sono impegnati 2 Battaglioni, il 3° ha due compagnie sulla trincea antistante Castelnuovo e 2 ancora di riserva generale di settore a Castelnuovo. le perdite in prima linea sono fortissime e il Comando di Divisione, con fonogramma delle ore 18.20 comunica che non ha più alcuna riserva a propria disposizione e di non avere perciò modo di aderire alle richieste fattagli dei 2 battaglioni di rinforzo.
Alle ore 19 però la trincea nemica sembra saldamente occupata e vi sono appostate 3 nostre sezioni mitragliatrici.
Nella trincea delle Frasche in 1^ linea si trovano 12 compagnie, cioè 2 Battaglioni del 31° e 1 Battaglione del 32°.
Alla nostra sinistra la Brigata Bari in unione alla Brigata Catanzaro, ha attaccato in un momento che le è sembrato favorevole - all'improvviso - le trincee nemiche e l'ha parzialmente occupata; ma il nemico ha scatenato una violenta tempesta di fuoco di artiglieria, di mitragliatrici, bombe a mano e fucileria in tutto il settore, per modo che le prime linee di detta Briagta hanno ancora una volta dovuto ripiegare in posizione iniziale.
Alle ore 23.3 il Comando di Brigata (Siena) invia il seguente fonogramma al Comando di Divisione:
La trincea delle Frasche è saldamente occupata. I reparti vi si fortificano e costruiscono camminamenti per collegarsi con le vecchie trincee. Il contatto col 139° è tenuto da una compagnia sulle vecchie trincee ma essa non può essere impiegata poichè si perderebbe contatto con il Reggimento. Arduo sarà mantenere la posizione se i detti Reggimenti non avanzeranno.....

Generale Pastore

(Ussme)

La trincea delle Frasche verrà perdutà dai reparti della Brigata Siena il giorno seguente con gravi perdite dove verranno tentati ulteriri inutili attacchi per riconquistarla.


Dopo alcuni mesi e dopo che la Trincea delle Frasche fu conquistata definitivamente il 13 Novembre dalla Brigata Sassari il Tenente Graziani del 151° fanteria Brigata Sassari annota  sul suo diario che poi diverrà il libro "Fanterie Sarde"  il seguente fatto:

Voglio frugare per tutte le posizioni, dove é stata la «Siena», e per quelle due o tre doline, che, su per giù, sono le nostre, e rintracciarne la salma (di Filippo Corridoni) . Dopo tutto quello che si è detto ed insinuato, è un dovere accertare la verità e rivendicare il buon nome di un povero caduto, in barba a tutti i nemici ed a tutti i denigratori. Siamo in trincea da vari giorni, occupiamo le stesse posizioni. La compagnia non si è spostata di un millimetro: estrema destra delle «Frasche» e «Razzi». Ho fatto eseguire delle ricerche e ne ho eseguito io stesso, personalmente. Le posizioni della «Siena» erano, esattissimamente, queste, prima del nostro balzo in avanti, nel novembre scorso. La dolina che abbiamo adesso alle spalle, sulla sinistra, doveva essere, a quei tempi, zona neutra. Adesso è piena zeppa di croci; ma morti della «Siena» non ve ne sono. Abbiamo guardato nelle altre doline, croce per croce; abbiamo rovistato dappertutto, frugato tutto. Non lo abbiamo ritrovato. Questi cimiteri di fanti sono poemi! Ci mostrano nel soldato una squisita sensibilità; sono sorgenti, ignorate ed insospettate, di poesia; rivelano sentimenti di un'elevatezza tale da rasentare la sublimità. Ma come, come mai, tanta altezza di sentire in gente così semplice, rozza e, certamente, incolta? Molto spesso una sola croce sta ad indicare l'estrema dimora di molti e porta, allora, appesa sulle braccia, una corona di bossoli, legati insieme col fil di ferro. Ogni bossolo contiene un foglietto di carta arrotolato col nome del soldato sepolto. Ve n'è di tutte le armi e di tutti i reggimenti, venuti quassù: Genio Zappatori, Bersaglieri, Artiglieri; quella che predomina, naturalmente, è sempre questa santa Fanteria. Vi sono tombe di soldati e di graduati insieme, nel sonno eterno, sotto la nera terra. Le croci sono tutte rozze, tagliate, con la baionetta, sul legno delle casse di cartucce, ma le croci non portano, generalmente, alcun nome. Non sembra né opportuno né prudente, ai fanti, affidare la memoria dei compagni alla labile scrittura di un lapis copiativo, che la pioggia cancella, come se abbia il frettoloso desiderio di far scomparire la traccia degli orrori. I nomi dei sepolti sono custoditi entro scatolette di carne, accuratamente pulite e rinchiuse, entro bottiglie, entro bossoli di granata o shrapnells, ma soprattutto entro bossoli di cartucce nostre, legate insieme ed appese alla croce come la corona di un rosario: il rosa-rio del fante; un rosario di lacrime, ché tali appaiono, molte volte, i bossoli di ottone, quando brillano sotto un pallido raggio di sole o sotto il mutevole chiarore della luna. Sembrano le lunghe e silenziose lacrime di una madre e, quando soffia forte la bora, in certe notti di tenebra, i bossoli urtano fra loro, sbattono sul legno delle croci e, dal fondo nero delle doline, si ode propagarsi la eco di un lamento e di un lontano, incontenibile pianto. In questi cimiteri, con la memoria dei morti, con la data ed il come della loro morte, è custodita anche la storia dei reggimenti saliti quassù. «Tale, tal giorno, tal reggimento; colpito in fronte all'assalto» e si può stabilire che, in quel punto, quel reggimento ha fatto un'azione. «Tale, 46° Artiglieria, colpito da granata osservando il tiro» e se ne può dedurre che il 46° aveva in quella posizione un suo osservatorio. Ma vi sono poi le scritte degli amici, che spesso muovono il pianto e rivelano una pienezza, una vastità di sentimento che commuove e fa pensare, come, allo stesso tempo, rivelano un profondo senso di religiosità che stupisce in gente che, dopo tutto, non rifugge dalla bestemmia. 
«X, quando ti raggiungerò? Y» — «X, 1° bis bersaglieri. Prega per noi e proteggi la nostra bandiera. Y» — «X, 151°. Ti abbiamo tutti baciato in fronte. I compagni del terzo plotone». Una è scritta in dialetto, ed è l'esplosione di un infinito dolore: «Concas Antonio, 151°, 3° battaglione. Ohi! frate meu, chi t'appo in su cherveddu. Campus Antioco, frate tou». Ed altre, tante altre! Come si fa a scriverle tutte? Una croce portava scritto con bei caratteri: «Esercito austriaco» e si vedeva chiaramente che una mano diversa aveva aggiunto, successivamente, un «Qui giace l'...». Non fa ridere, fa piangere, mio ignoto autore. È sempre biasimevole voler fare dello spirito sopra un cadavere! Molti rosari portano nomi di militari della Brigata «Siena»; ma di Filippo Corridoni nessuna traccia. Strano! Per una persona così vigilata, dalla fraternità o dall'odio, ma, in un caso o nell'altro, tenuta d'occhio, è molto strano. Non c'è nel modo più certo e più assoluto, non c'è. Dove è passata la «Siena.; dove essa si è battuta e dove, con altre brigate, ha seppellito suoi morti, Corridoni non si trova. Ed invece dovrebbe esserci. La storia di queste tre doline e di questo tratto di linea è breve e semplice. La «Siena» era su queste posizioni, nella prima quindicina di ottobre (e non è più venuta quassù): si è fatta massacrare, a quanto si afferma, e, per disgrazia, come sappiamo, inutilmente; è venuto, subito dopo, il 1. bis bersaglieri, che deve raccontare l'identica tragedia; siamo venuti noi. Dall'avanzata della «Sassari» le posizioni sono rimaste immutate. Ora, la pulizia del campo è perfetta; non c'è un solo cadavere insepolto. Avendo recuperato tutti i nostri morti lo si dovrebbe ritrovare fra questi, se non c e... Il motivo, che ci ha determinato a «sortire», è stato proprio questo. Leggermente a sinistra delle «Frasche» vere e proprie, a circa sessanta passi dalla nostra primissima linea, ed a quaranta dalla loro, si vede un plotoncino di uomini, distesi per terra, dietro un muretto di sassi, diroccato. Sono disposti in ordine, nell'atteggiamento di chi stia per far fuoco; sembrano vivi, tanto il loro ordine e la loro positura sono perfetti. Si tratta, evidentemente, di un plotone lanciatosi avanti e che si è fermato, per coprirsi dalla furia, al primo riparo capitato e che, di certo, avrà creduto sicuro, non avendo studiato bene il terreno insidiosissimo. Quello, senza dubbio, è stato primo sbalzo in avanti di quegli uomini. Purtroppo è stato anche l'ultimo; sono balzati fuori dalla trincea, eroi sfortunatissimi, e sono balzati fuori anche dalla vita. Chi sono? A qual reggimento appartengono? Questo ci siamo domandati ed a questa domanda abbiamo voluto rispondere. Chiediamo permesso di «sortire» al Comando di Battaglione tenuto interinalmente da Italo Carnevali, uno dei baldi bersaglieri arrivati alla Brigata con l'ultima «imbarcata» del gennaio. Carnevali non fa opposizione di sorta; si limita ad avvertire il Comando del Reggimento e viene su, al punto dove si è praticato il varco, per salutar-i, prima di fare il «zompiello» Non si sa mai! Se c'è pericolo a stare dietro il muretto e dentro il fosso della propria trincea, quando si è fuori non è consigliabile di rischiare nemmeno dieci centesimi sopra la pelle di chi è sortito. E qua si trattava di  andare in bocca al lupo, e non nel senso metaforico. IL bersagliere ci stringe la mano e ci augura un buon ritorno; intanto  sta in attesa, per abbracciarci all'arrivo. Dico «ci», perché ha voluto accompagnarmi, a tutti i costi, un sottotenente della mia compagnia l'ottimo Tredici (vedi Post a lui dedicato) , il futuro ingegnere milanese. L'ordine di non far fuoco é stato trasmesso per un buon tratto di linea. Lasciamo passare alcuni minuti; non si ode più una fucilata: segno che l'ordine è pervenuto ai reparti ed è in piena esecuzione.
Saltiamo fuori e ci appiattiamo per terra; silenzio assoluto. «Tredici andiamo». Un tratto di terreno è divorato dalla nostra marcia a quattro  zampe. La nebbia ci protegge in modo provvidenziale. «A terra », due minuti di attesa; lo stesso silenzio. Nemmeno gli austriaci tirano  qualche fucilata, alta, bassa, rada, stracca. Qualche vedetta che tira  tanto per dimostrare che non dorme. 
Non si vede e non si ode segno di vita; chi potrebbe mai pensare che questa vastità é popolata da una moltitudine di uomini, l'un contro l'altro armati? La terra è fasciata da uno strato denso di nebbia  ma nella profondità di questa nebbia, inaccessibili al nostro sguardo, sta celata l'insidia e v'è in agguato la morte. Tredici  avanti». Un'altra breve corsa, carponi, ed a terra, in ascolto, Ancora più profondo silenzio; ancora un balzo, ancora a terra; ancora sempre, incombente su tutto, il più completo, vasto impressionante silenzio. Tredici mi segue alla destra, ad un metro di distanza. 
Tanti pensieri mi passano per la testa. Ad un tratto (chissà mai perche') penso alla madre del mio ufficiale. So che ha perso il babbo; Me l' ha detto tante volte; gli resta la mamma. Penso a questa ignota signora, vestita a lutto, e provo un rimorso improvviso per aver permesso che questo ragazzo venisse con me a correre questa avventura. Lo chiamo, per dirgli di tornare indietro, ma cambio subito idea; pronunzio una frase che non penso: «Bella occasione per finire la guerra» . Mi  guarda, senza capirmi. Continuo, sorridendogli: «Qua, siamo fuori legge, lo sai? Non ci comanda più nessuno. Il passaporto, poi, lo abbiamo in tasca. Non hai, anche tu, un fazzoletto più o meno bianco? Sorride. Ripenso a sua madre, a questa vedova che non conosco che forse non conoscerò mai, della quale mi ha parlato tante volte  con venerazione e che deve attendere questo suo figliuolo. 
Ed  Io? .,. io.., permetto che glielo possano ammazzare, così! Tredici vuoi rientrare? Proseguo solo».
Mi guarda, stranamente. Avrei voglia di urlare; non si può; bisogna parlar piano; bisogna che le parole escano dalle labbra come un soffio per non farsi ammazzare. «Lo sai dove siamo? Guarda lassù, a sinistra, che po' po' di roba: S. Michele e S. Martino; e laggiù, a destra, lo vedi? È il 'budello'. Guarda cosa c'è, a pochi metri. Di fronte a noi, lo sai bene che cosa abbiamo: un plotone di morti ci difende, nient'altro; poi, ci son loro». a sempre fisso, e tace. Ha capito. Vorrei levarmi in piedi  prenderlo per le spalle e scaraventarlo dentro la nostra linea. Se fosse stato possibile!... Ma era la morte per tutti e due. Continuo, ansimando. «Non lo sapevi che, a far cinquanta metri in avanti, ci dovevamo trovare circondati in pieno? Non abbiamo che le spalle protette. La nostra pelle non vale un fico secco, in questo momento. Vattene; rimango io». «Ma io non ho paura, resto». «E se te lo comandassi?». Mi guarda fisso, sorride; mi punge un dubbio atroce: «Che non pensi che io voglia sbarazzarmi di lui per disertare davvero?». Fremo e gli dico, brusco: «Bambino, andiamo». Percorriamo alcuni metri e ci buttiamo per terra. I morti sono visibilissimi; li conto, ventisette. D'un tratto, mi sembra di udire rumore alle spalle; un fruscio lieve, rapido, che si avvicina. «Tredici, senti?». «Sento, abbiamo gente alle spalle». «Sì, abbiamo gente; attento! Ma non far fuoco, sennò, siamo fritti». Mi volgo indietro; un uomo mi si butta al fianco... «Bestia, perché sei venuto?». È il mio attendente, Luigi Gamboni che sa la devozione e gli ardimenti della sua Ogliastra nativa! Non risponde: mi sorride, mostrando una dentatura di avorio, levigato e terso, e mi guarda, col suo solito sguardo buono e fedele. «Bestia sei; è stupido farsi ammazzare in tre». Non so perché sia scappata di bocca quella frase sciocca. Luisetto china la testa e sta mortificato. «Beh! avanti!». Siamo a pochi passi dai morti. Scatto, mi stendo fra due di loro. Hanno le giubbe sulla schiena e sui fianchi lacerate come se vi fosse passato sopra un rastrello dalle punte acuminate. Mitragliatrice, evidentemente. Sono stati presi d'infilata, dalla sinistra, dalle posizioni di S. Michele e di S. Martino. Non devono aver avuto nemmeno il tempo di sparare una fucilata; non appena a terra devono essere stati crivellati di colpi, rabbiosamente. Devono avere parecchi mesi; non puzzano più; le mostrine sono irriconoscibili. Strappo il berretto al morto di destra: 32, sono della «Siena». La nebbia è leggermente diradata e faccio due fotografie, ma chissà che cosa ne verrà fuori, con questa luce. Vorrei trovare fra questi ventisette cadaveri quello che sto cercando, ma è un affar serio frugarli e voltarli e rivoltarli, fino ad impossessarsi dei piastrini di riconoscimento che ogni soldato cuce dove gli pare. Il più era fatto; conoscevamo il numero del reggimento.  Guardo la controspallina del morto di sinistra; non vi si distingue più nulla. Cerco di strappare la controspallina al morto di de-tra; non cede; mi risponde un rumore sordo, confuso, imprecisabile. Scricchiolio di ossa o spiaccicarsi di carne? Chi lo sa? Mi è parso che dicesse, quel morto: «Perché mi molesti?». Mi è parso che pregasse, quel povero morto: «Portami via!». L'ho lasciato. Sulla contro-spallina si vedeva la parte superiore del numero, indicante la compagnia, quella inferiore, al contatto del terreno, era quasi del tutto  scomparsa. Il numero della controspallina faceva superiormente una curva; mi è parso che dovesse trattarsi di un tre o di un otto. Non vi era altro da fare. «Tredici, torniamo». In quattro salti siamo rientrati, inseguiti da alcune fucilate. Ci avevano visto o si trattava degli spari consueti, fatti a casaccio? io Carnevali, Mugoni, Garau erano ad attenderci. Abbiamo raccontato quel che avevamo visto. Abbiamo chiesto a quale reggimento appartenesse Corridoni. Al 32°. Abbiamo saputo anche a quale compagnia apparteneva. Alla terza. Non può esservi alcun dubbio.

Quello è un plotone della terza o dell'ottava compagnia del 32° e fra i morti di quel plotone deve trovarsi il tanto discusso cadavere  di Filippo Corridoni. 
 Questo bisogna che si sappia: che quei ventisette uomini della «Siena», lanciandosi avanti a quel modo, più che temerariamente, avevano sperato e cercato di prendere di fianco le «Frasche», senza pensare e senza accorgersi, poveri figliuoli, che loro stessi, a loro volta, venivano ad esser presi d'infilata dalle mitragliatrici falcidianti di S. Michele e di S. Martino. E così si spiega il mistero della scomparsa di Corridoni. Egli è rimasto vittima del suo superlativo eroismo e se ci sarà possibile ritornare al «plotone dei morti», noi ci ritorneremo. Oh! poterli riportare fra noi tutti quanti. Farli sorridere, ancora, dopo la morte! Senza dubbio, è una nostra suggestione, ma siamo tutti convinti che l'aspetto del morto, riportato nelle nostre linee, assuma un'apparenza di tranquillità e di serena compostezza che fuori gli mancava. Siamo tutti convinti di questo fenomeno che, ripeto, è senza dubbio un fenomeno di suggestione collettiva. 
Ho visto tuttavia dei morti, riportati dentro, con tragiche smorfie sul volto, riapparire, più tardi, composti ad una perfetta serenità. Sono forse le mani dei fratelli che ridanno la pace a quei volti esangui dagli occhi sbarrati e dalle maschere orrende? I soldati ci giurano sopra. Compiono atti sublimi pur di non lasciare abbandonato, fra una linea e l'altra, il corpo di un loro morto. Al nostro battesimo di fuoco si trovavano al 152° quattro fratelli, gli Spano di Tempio. Tre di essi lasciarono la vita nei continui e sanguinosi assalti. Quando la notizia ferale fu portata al superstite e si seppe che l'ultimo caduto era rimasto fra le due linee, il quarto dei fratelli, con qualche compagno, stette fuori per oltre ventiquattro ore, ricercandone la salma, esponendo mille volte la vita, finché non ritornò fra noi, riportando il corpo inerte del suo fratello caduto. Per recuperare il corpo del sottotenente Ghisu, cinque soldati del suo plotone caddero su quel cadavere, finché altri ancora non riuscirono a ricuperarli tutti. Non si ebbe mai il coraggio di vietare che si compisse quel dovere altamente fraterno e pietoso. Se ci sarà possibile, ce li riporteremo indietro, per ricomporli in pace, sotto la comune bandiera.



Fino a questo momento non sono riuscito a conoscere a  quale compagnia apparteneva il soldato BOLLINI Carlo, il giorno 23 Ottobre 1915 il 32° Fanteria ebbe circa 136 tra morti e dispersi senza contare i numerosi feriti, di questi 136 solamente due riposano tra i noti al Sacrario di Redipuglia.



Mappa della zona della Trincea delle Frasche dopo la sua conquista





Schizzo del percorso fatto della Compagnia di Filippo Corridoni il 23 Ottobre 1915

















 


Nessun commento:

Posta un commento