In questo blog voglio raccontare e trasmettere le storie di questi uomini diventati soldati e che oggi a cent’anni di distanza non vengano dimenticati.
Sono storie nella storia di quella che fu la Grande Guerra.
Questi caduti sono morti sul carso, in quei due anni e mezzo di sanguinose battaglie, molti di questi oggi riposano al sacrario di Redipuglia con un nome, ma per la maggior parte questo non è stato possibile. Voglio così onorare la loro memoria con questo mio tributo.

Vorranno dimenticarvi, vorranno che io dimentichi, ma non posso e non lo farò. Questa è la mia promessa a voi a tutti voi.

Vera Brittain

giovedì 21 giugno 2018

Colonnello CISTERNI Cesare






78° Fanteria Brigata Toscana

Nato a Cesenatico il 11 Gennaio 1867
Morto sul Carso il 5 Ottobre 1916
Sepolto al Sacrario di Redipuglia  5° Gradone Loculo 9416 






Decorato di Medaglia di Argento al Valor Militare  



Preparò, in modo mirabile, il suo reggimento nell'ardua operazione sul Sabotino: con sagge disposizioni predispose ogni cosa per la riuscita dell'azione; slanciatosi, quindi alla testa delle sue truppe, splendido esempio al valore la trascinò in una avanzata che destò l'ammirazione di quanti poterono osservarla. Lasciò la vita sul campo mentre meditava nuovi ardimenti.
Sabotino, 6-7 Agosto 1916






Note Storiche:

Tratto dal libro di VANN'ANTO' "IL Fante Alto da Terra" :

 Mi sono messo a disposizione del Col. Cisterni del 78° Reggimento. Un uomo e un eroe.
 L'altro ieri, all'assalto delle trincee del Sabotino, era in testa, dicono, a tutti: era balzato il primo fuor dal reticolato nostro, col suo «stato maggiore» di ciclisti e di portaordini, sì che i fanti seguendolo con entusiastico impeto a gara urlavano Viva il Colonnello! Poco fa, una granata, scoppiata fra le case avendo prodotto qualche panico, l'ho visto passare tra i fanti sorridente e dire con ostentazione di compiaci-mento: — Ecco gli ultimi aneliti del nemico. Fa quasi pena, vero? —
Come sarei felice di restare al fianco di quest'uomo! Invece ho sentito che il mio Battaglione è già a Dol, e che io debbo raggiungerlo stanotte.  

(Vann'Antò era lo pseudonimo del poeta ragusano Giovanni Antonio Di Giacomo, tenente nel III/58° durante la conquista del Sabotino)

La strage del Comando del 78° reggimento fanteria

Negli ultimi giorni del settembre 1916 i reggimenti delle Brigate Trapani (144° - 149°) e Toscana (77° - 78°), costituenti la 45^ Divisione dell’XI Corpo d’Armata, vennero schierati sull’altipiano carsico, a sud di San Grado di Merna, di fronte al Veliki Hribach. La conquista del Veliki era uno degli obbiettivi assegnati alla 3^ Armata per quella che sarebbe stata poi conosciuta come l’Ottava battaglia dell’Isonzo. Secondo i piani del Comando Supremo italiano l’inizio dell’offensiva doveva avvenire giorno 5 ottobre, conseguentemente le artiglierie italiane iniziarono il fuoco di preparazione giorno 1 con un’intensità via via crescente e a cui la controparte avversaria tentava di ribattere bersagliando soprattutto il Vallone, rigurgitante di truppe italiane pronte per l’attacco.
La mattina di quel giovedì 5 ottobre 1916, nell’imminenza dell’attacco, in una dolina situata nei pressi del Nad Logem si riunì il Comando del 78° fanteria della Toscana. All’interno della baracca, intorno ad un tavolo ricoperto di mappe e documenti, erano presenti il comandante, colonnello Cesare Cisterni, il suo segretario, sottotenente Ignazio Ferro, il comandante la compagnia zappatori, capitano Vittore Garavana, il tenente Celestino Terzi e il sottotenente Simi. Gli ufficiali stavano discutendo la notizia, appena giunta, che l’offensiva era stata rinviata a data da destinarsi per via delle avverse condizioni atmosferiche, quando alle 9 e mezza l’artiglieria austro-ungarica iniziò un bombardamento di grossi calibri sulle posizioni italiane. Raccontano le “Memorie Storiche del 78° Regg. Fanteria”: “[…] il tenente Terzi stando presso l’uscita del ricovero domandava se doveva comunicare ai battaglioni l’ordine di sospensione; il Colonnello, con l’elmetto in testa, la mantellina da soldato sulle spalle e il bastone ferrato in mano – mentre l’altra era appoggiata al rozzo tavolo – guardava un po’ curvo fuori dal ricovero dove ogni poco passava qualche ferito. In quel momento una granata da 305 colpì in pieno il ricovero, tutto schiantando, tutto sconvolgendo. . .”
Fu un colpo tremendo, che innalzò una colonna di terra, sassi e detriti e che uccise quasi tutti gli occupanti della baracca, alcuni soldati che si trovavano nei pressi e distrusse completamente la bandiera del reggimento. Si salvarono solamente il tenente Terzi e il sottotenente Simi che furono estratti vivi da sotto le macerie. Per il colonnello Cisterni non ci fu niente da fare; nato a Cesena nel 1867 e residente a Bologna, ancora non sapeva di essersi guadagnato una medaglia d’argento durante le operazioni per la conquista del Sabotino due mesi prima.  Giorno 7, dopo una mesta cerimonia sotto la pioggia, il suo corpo venne sepolto in un piccolo cimitero nei pressi di Devetachi che, in seguito, venne a lui intitolato. Oggi riposa nel Sacrario di Redipuglia.
Stessa sorte toccò al segretario del colonnello, il sottotenente catanese Ignazio Ferro, di 27 anni. Egli era un giornalista e scriveva per la testata “Giornale dell’Isola” di Catania. Nel 2011 a Roma, in uno scantinato dell'INPGI (Istituto Nazionale Previdenza Giornalisti Italiani), è stata ritrovata una lapide in marmo con incisi i nomi di 83 giornalisti deceduti durante la Grande Guerra. Tra essi è presente anche il suo nome.
Anche per il capitano Garavana non ci fu nulla da fare, dato che un sasso proiettato dall’esplosione lo colpì mortalmente alla testa. Trentaquattrenne originario di Lignana in provincia di Vercelli, Vittore Garavana aveva conseguito il diploma di geometra e prima della guerra lavorava nell’amministrazione di una grande azienda agricola di Venaria Reale. Il 17 ottobre 1916 il giornale “La Sesia” pubblicò il suo necrologio contenente la lettera che il comandante del Deposito del 78° fanteria inviò al sindaco del comune di Trino, in cui il capitano risiedeva: “Il capitano Garavana, ben voluto e stimato da tutti, comandava la compagnia zappatori di questo reggimento. […] Voglia la S.V. esprimere alla desolata famiglia le mie più sincere condoglianze, con quelle di tutti gli ufficiali del reggimento che in poco tempo avevano imparato ad amarlo ed a stimarlo”. Un altro articolo, pubblicato il 22 ottobre insieme ad una sua foto, definiva Vittore come “[…] giovane studioso, serio, operoso, […] che con la sua cortesia si era accaparrate larghe simpatie”. Lasciò la madre, un fratello e tre sorelle.
 





L'ex Cimitero Cisterni a Devetachi

Lo stesso luogo ai giorni attuali




Mappa con indicati i tre Cimiteri Cisterni (in Giallo), Mareschalchi e Cicognani 


Per questo Post ringrazio l'amico Fabrizio Corso

domenica 27 maggio 2018

Tenente Cappellano GIANNUZZI Pietro






47° Fanteria Brigata Ferrara


Nato a Castellana Grotte il 3 Ottobre 1885
Morto a Castelnuovo del Carso il 19 Luglio 1915
Sepolto al Sacrario di Redipuglia 9° Gradone Loculo 17780 




Note Storiche:

IL 47° Fanteria, il giorno 19 Luglio venivano assegnati su richiesta del Comandante della 21^ Divisione due Battaglioni  sulla linea tra Castelnuovo e Bosco Lancia, mentre il 48° Fanteria sempre della Brigata Ferrara era in linea con la 19^ Divisione nel settore di Castelnuovo.
Ma vediamo meglio la descrizione di questa giornata tratto  dal diario storico della Brigata Ferrara:
Nella notte del 19 nulla di nuovo. Le truppe sono ricoverate nelle posizioni in cui avevano ripiegato la sera prima ( il 48° non ha potuto mantenere le posizioni nella trincea a Squadra ) . 
Il mattino alle ore 5 ha inizio il fuoco d'artiglieria preparatorio all'avanzata della fanteria.
Alle ore 5.50 il Comando della 19^ Divisione comunica d'aver messo a disposizione del Comandante del settore (Generale Angeli "Comandante della Brigata Ferrara") il 31° fanteria , del quale due battaglioni ed il Comando del reggimento trovandosi già a Sagrado, ed un battaglione in marcia da Cassegliano verso Sagrado, ed autorizza il predetto Comandante di spostare in riserva quei reparti del 32°çhe resterà da destinare. Di conseguenza il Comandante il settore dispone :il 31° avanzi verso Castelnuovo, e seguendo il movimento a nuclei. Detti nuclei dovranno andare a occupare il posto occupato dal 32°. I Drappelli del 32° a mano a mano che saranno sostituiti dovranno essere messi al coperto nel bosco, quali riserva e ciò fino a nuovo ordine.
Alle ore 8.10 il Comando della 19^ Divisione comunica che quello della 21^ farà attaccare con i due battaglioni del 47^, messi a disposizione, di fianco alla divisione i trinceramenti nemici, fra Castelnuovo e Bosco Triangolare per agevolare l'azione delle truppe  dipendenti del Comandante il Settore di Castelnuovo.
Il detto Comandante risponde ringraziando  ed accogliendo con entusiasmo la notizia della cooperazione della 21^ Divisione. Prega però vivamente di fare in modo che tale azione sia ritardata fino alle ore pomeridiane perché occorre che l'artiglieria abbia tempo di agire contro i fortissimi trinceramenti nemici, che sono ancora in molta parte intatti e nei quali sono ancora raccolti dei reparti nemici.
Alle ore 9 l'artiglieria avversaria esegue tiro a granate e sharpnels contro il diroccato Castello di Castelnuovo dov'era stabilito l'osservatorio del Comandante del Settore.
Alle ore 9.30 una granata cade sul tetto del Castello, lo sfonda cadono le pareti della camera ove trovavasi il Comandante della Brigata Ferrara (Magg. Gen. Angeli) , che cade ricoperto dalle macerie e ferito in molte parti del corpo.
Il Comando del Settore viene assunto dal Comandante la Brigata Siena (Col. Chiaramella - Interinale) , e la Brigata Ferrara cessa di funzionare per ordine del Comando della 19^ divisione in considerazione che essa ha a Castelnuovo il solo 48° fanteria ed un battaglione del 47°,e  tenuto conto che il Colonnello Comandante il 48° e il suo Ufficiale superiore dipende al reggimento.

Si chiude qui il diario della Brigata Ferrara del 19 Luglio senza specificare se l'attacco previsto sia stato fatto, cosa che invece avvenne come lo descrive il Diario della 21^ Divisione dove erano assegnati i due battaglioni del 47° fanteria:

Alle ore 11.30 si inizia l'avanzata con larga ricognizione di pattuglie accolte da fucileria dalla fanteria avversaria riparata  in trincea. Nel Bosco Cappuccio la manovra delle pattuglie spinte è ostacolata oltre che dal fuoco da reticolati.
Nel settore di destra fronteggiato da un profondo reticolato deve far postare le truppe e far procedere da pattuglie a tentativi di taglio dei reticolati e scoppio di tubi esplosivi. L'operazione viene tentata più volte malgrado i fuoco avversario ed il lancio di bombe a  mano fatto dalle trincee.
Alle ore 14 l'avanzata procede lentamente sempre ostacolata dalla fucileria e dal tiro delle mitragliatrici.
Alle ore 14.30 si fa osservare al Comandante del Settore di destra che l'azione impegnata è ferma e non risponde ai concetti del Comando il quale vuole con azione combinata ed avvolgente concorrere all'avanzata della 19^ Divisione. Si Ordini di attenersi agli ordini dati.
Alle ore 14.50 il Comandante del Settore del centro comunica di aver occupato il margine sud del Bosco Triangolare e di aver fatto rilevante bottino di armi e munizioni, mentre l'avanzata nel Bosco Cappuccio è fortemente ostacolata

Il cappellano GIANNUZZI troverà la morte alle ore 9 del mattino,ora in cui   come si è letto sopra  cominciava il tiro dell'artiglieria Austriaca che provocò anche  il ferimento del Mag. Generale Angeli, in tale occasione il Don GIANNUZZI verrà  colpito da una granata che gli causerà il decesso.  Fu successivamente sepolto alle basi del Bosco di Sagrado. Prima di essere definitivamente sepolto al Sacrario di Redipuglia la sua tomba si trovava al Cimitero nr. 47 di Sdraussina. 
Il tenente Don GIANNUZZI Pietro fu il primo Cappellano militare a morire sul Carso.


Mappa con indicato  il Bosco Triangolare zona di operazioni dei due battaglioni del 47° fanteria operanti con il la 21^ Divisione.


Veduta da Castelnuovo del Carso zona della "Ridotta nr. 2" verso Bosco Lancia e Triangolare:


Targa dedicata a Don GIANNUZZI a Castellana Grotte:


 tratta dal sito http://www.vivicastellanagrotte.it


Ringrazio Federica Delunardo per il suo aiuto nelle ricerche








mercoledì 2 maggio 2018

Soldato VOLO Salvatore




5° Fanteria Brigata Aosta
Nato a Caltanissetta il 16 Dicembre 1893
Morto a Begliano 16^ Sezione Sanità il 10 Agosto 1916
Sepolto a Caltanissetta

Note Storiche:

All'inizio di Agosto e alla vigilia della VI° Battaglia dell'Isonzo il 5° Fanteria è schierato nel settore a Est di Vermegliano fronteggiante la quota 72. Esso appartiene alla 16^ Divisione VII. Corpo d'Armata.  Mentre l'altro Reggimento il 6° che componeva la Brigata Aosta si trovava nel settore di fronte di Saga - Plezzo.
Il giorno 10 Agosto vengono emendate le disposizioni per la progressiva avanzata sull'Altopiano di Doberdò sino al pendio occidentale del Debeli Vhr. Ricordiamo che con la conquista delle Cime del Monte San Michele di conseguenza dopo alcuni contrattacchi compiuti con esito negativo il VII° Corpo d'Armata Austriaco decise di abbandonare le linee iniziali mantenute per oltre un anno per portarsi in quelle oltre il Vallone di Gorizia
Le truppe vengono ripartite in tre colonne la prima  (21° Fanteria e II° Gruppo Genova Cavalleria), incaricata di mantenere il collegamento con la destra della 31^ Divisione, la seconda agli ordini del Colonnello Brigadiere Torti ( (III/5°, 22° Fanteria , I° Gruppo Genova Cav. e 108^ Comp. Zappatori), incaricata di puntare sul Debeli, la terza agli ordini del Colonnello Brigadiere Parziale (131° Fanteria , Reggimento Lancieri di Novara, 155^ e 133^ Compagnia Zappatori) incaricata di tenere la linea K - Mucile - Cosich appoggiando col fuoco l'azione della Colonna Torti.
Cessata al mattino del 10 ogni attività e ogni segno di presenza del nemico, che si è mantenuto vigile durante la notte precedente, nostri nuclei si spingono verso le ore 6.30 nelle trincee Austriache, trovandole sgombre. Successivamente nostri reparti occupano la seconda linea nemica e vari fronti dell'altopiano di Doberdò collegati a sinistra con la 31^ Divisione.
L'artiglieria tenta di disturbare la nostra avanzata e batte violentemente i Lancieri di Novara che procedono all'occupazione del Monte Cosich. Il Paese di Doberdò, evacuato dal nemico è raggiunto e oltrepassato dai nostri i quali riprendono contatto coll'avversario sul pendio occidentale del Debeli. Il 22° che sul far della sera prende all'assalto la cima del Debeli deve arrestarsi davanti al vivissimo fuoco dell'avversario fortemente trincerato e difeso da profondi reticolati. Nella notte riesce a qualche nostro nucleo di farvi parziale irruzione.
Perdite : Uccisi 16 di cui 10 del Novara e 6 del 22° ; Feriti 93 di cui 40 del 22° 1 della 155° Comp Zappatori e 2 della 25^ batteria Bombardieri, 50 dei Lancieri di Novara (Dati Incompleti).
(Non viene menzionata nessuna perdita del 5° Aosta).
Vediamo cosa menziona invece il diario del 5° Fanteria di quel giorno:
All'alba nostre pattuglie che si son spinte fin sotto le trincee nemiche annunciano che queste sono state sgombrate, del nemico non si ha traccia. Anche le pattuglie del 22° alla nostra destra han fatto la stessa constatazione e quindi due plotoni della 10^ compagnia e due della 12^ procedono ad occuparle.
I nostri sono fatti segno a numerosi colpi d'artiglieria a Shrapnel .
Viene l'ordine di procedere ancora avanti ed i due plotoni della 10^ si spingono attraversando camminamenti e doline nemiche abbandonate fin quasi a mezzo chilometro da Doberdò.
Il Battaglione passa alla dipendenza tattica del Comandante del 22+ fanteria e fa parte di una colonna d'attacco  che deve spingersi contro le posizioni del Debelie  del Cosich.
Viene l'ordine di muoverci e mantenendo il contato col 22° i due plotoni della 10^ avanzano ancora, mentre, tutti gli altri reparti del battaglione  ricevono pure l'ordine di muoversi e di seguire a distanza conveniente - sulla strada di Doberdò, mentre seguiva i primi due plotoni della sua Compagnia cade colpito da pallottola nemica il Capitano della 10^ Fortini Sig. Fernando. ( vedi nota sotto).
Durante la notte la dislocazione è la seguente:
- 10^ Compagnia, di cui ha assunto il comando il Sottotenente Smiraldo ('??) Sig. Luigi con due plotoni distesi lungo il muretto nella dolina A3 e due sotto il Debeli.
-  Comando di Battaglione
- 12^ Compagnia distesa a sinistra della 10^
- 9 ^ Compagnia distesa a sinistra della 12^ ed in collegamento col 1° Gruppo del 4° Genova Cavalleria.
- 11^ Compagnia di rincalzo nella dolina N. 3
- Reparto Zappatori incaricato del servizio rifornimento acqua, viveri e munizioni.

Nemmeno il diario del 5° fanteria menziona il numero delle perdite del Reggimento in quella giornata; é probabile che il soldato VOLO sia stato ferito mortalmente durante l'azione che vide cadere colpito a morte il Capitano FORTINI.

Nota: Anche il Capitano FORTINI Ferdinando come il soldato VOLO era di Caltanissetta ed era nato il 20 Novembre 1890, non risulta sepolto tra i caduti noti al Sacrario di Redipuglia.

Il Monte Debeli :





Il Monte Cosich:




Mappa con indicato il punto dove sono state fatte le foto delle due quote sopra postate:

 

 







venerdì 20 aprile 2018

Poesia Redipuglie

REDIPUGLIE
(Nel II° anniversario della consacrazione)

Absorpta est mors in victoria.
S. Paolo ai Cor. XV, 54


E’ questo il colle. L’ascendiam devoti
curva la fronte e riverente il core.
Qui conosciuti eroi, martiri ignoti

La semenza gentil del patrio amore
nutron sotterra, e il culto dei viventi
ne svolge il germe e ne sprigiona il fiore.

Non grige tombe, ma fari lucenti
che irradieranno il lume della fede
nel ciel d’Italia a le future genti;

non sepolcreto, ma superba sede
dove si prostrerà come in un tempio
chi d’eletta virtù vuol farsi erede.

Alto qui parla il rinnovato esempio
d’antichi padri; qui tragga le sorti
chi mai d’Italia mediti lo scempio.

Manderanno in quel dì l’urne dei forti
vampe guizzanti d’ira e di vendetta
e nuovamente pugneranno i morti.

Non osi d’appressare a questa vetta
chiunque in petto la viltà nasconde
com’uom che a nocer luogo e tempo aspetta.

Come dal sole tenebre profonde,
rotti andranno a chi nega e patria e Dio
i propositi rei le voglie immonde.

Chi vuole appresso a me muovere in pio
pellegrinaggio per il colle sacro?
sia memore il pensier; guida son io.

Tutti guarda dall’alto il simulacro
di Lui che il corpo su la croce offerse
e del sangue divin fece lavacro.

Tutti volgono a Lui per vie diverse
i martiri del bene; è suo seguace
chi generoso per altrui sofferse:

ed Ei l’accoglie nell’eterna pace.
su la fossa ove alfin prendi riposo
siede con l’ali aperte aquila audace,

generale Chinotto. Il valoroso
animo effigia, pertinace aita
al corpo da crudel morbo corroso,

quando la gente tua facevi ardita
nelle trincee d’Isonzo e Monfalcone
e sentivi da te fuggir la vita.

E tu per ogni rupe ogni burrone,
mentre cupa incombeva la minaccia
sul Carso lacerato dal cannone,

fiero avanzasti del nemico in faccia,
generale Paolini, e diffondesti
da quattro piaghe una vermiglia traccia.

Giù digradando girano da questi
vertici i molti cerchi ond’è recinto
ogni lembo di terra che calpesti.

Sottil ferro talora in rosso tinto,
ruggine e sangue, separa e rinserra
quasi in famiglia sua ciascun estinto.

Armi ed attrezzi logori da guerra
volle disposti a gloria dei sepolti
l’affetto pio, l’intento che non erra.

Resti e rottami vedi qui raccolti
lungo le tombe, a nobile ornamento
con industrie pensier d’arte rivolti.

E appaion sacri come un monumento
la gamella il bidone la marmitta
comune ordigno ed umile strumento;

formano croce tra le pietre infitta
canne lame fucili aste spezzate,
simboli muti di costanza invitta;

fronde d’acciaio e siepi aggrovigliate
di ferree spine sorgono dal suolo
tra cespugli di bossoli e granate;

vedi un obice lì scheggiato e solo,
un timone che in mar lottò col vento,
un’elica che in aria ha retto il volo.

Stennio fu qui deposto. Nel cimento
scheggia mortale suo valor non prostra,
“A noi, fanti del quinto reggimento;

su, per l’onore dell’antica mostra,
avanti sempre!” e grida anche morendo:
“Viva l’Italia! la vittoria e nostra”.

Mentre per nuova via pensoso scendo,
in una pietra che mi ferma il piede
al nome di Merelli il guardo tendo.

Lieto perdè la vita e non la fede,
irradiando valor mentre il plotone
sloggia il nemico da munita sede.

Abbattuti ambedue nella tenzone
stan due fratelli; di pietà compreso
Pellas leggo due volte in un girone.

Cadde il secondo a la vendetta inteso
del primo ucciso; attonito il nemico
al sublime valor gli onori ha reso.

In cor non senti più di quel ch’io dico
tu che vedi mutar per lunga via
in arca di reliquie il colle aprico?

Tutte non può ridir, ma non oblia,
l’inclite gesta di virtù fulgente
fra tanta luce la parola mia.

Pur voi richiamerò, di cui presente
m’è la baldanza giovanile, impressa
nella sembianza grata e sorridente.

Nati d’un parto, in una culla stessa
vi contemplava il dolce occhio materno
e traea d’ambedue lieta promessa,

gemelli Ceas. Lo stesso amor fraterno
or vi congiunge nel comun ricetto,
nel sacrificio e nell’onore eterno.

S’accompagna con voi, suora d’affetto
sin dalla prima età, pur lei caduta
come sotto la falce un giglio eletto

Margherita Parodi. Adesso muta,
già pietosa sul campo e a correr presta
dove ansia di conforto era più acuta.

Roma ai suoi figli una corona appresta
tessuta dei suoi lauri e ai nomi cari
quel di Riccardo Bennicelli innesta.

Va Grifèo di Partanna tra i più chiari
e un trittico di tre fratelli uccisi
offrono i De Bernardi ai patri altari.

Né potean nella tomba andar divisi
il padre e il figlio, i due Riva che accenti
teneri ancor si scambiano e sorrisi.

Come cacciati dal furor dei venti
mugghiando il mare per fiera tempesta
i flutti accavallati urtan frementi

la rupe immota e arretrano da questa
spezzati e risospinti e nuove ondate
a nuovi incalzi arricciano la cresta;

così rotte dal foco e decimate
alacri sempre a ripetuti assalti
mosser su le cadute altre brigate.

E largo corse il sangue sui rialti
dell’Hermada ferrigna, pei dirupi
del san Michele, nei contesi spalti

di Monfalcone e ovunque orride rupi
non fur barriera al piè dei fanti arditi
che dal nemico il nome ebber di lupi.

La gran torma non lascia che s’additi
ognun che ha requie dentro il luogo santo
né ch’ogni tomba ad onoranza inviti.

A quanti il turbin della mischia il vanto
rapì del nome e al tumulo contese
della madre o dei figli i fiori e il pianto!

Ma perché riandar nomi ed imprese?
Di morir per la patria ebbero gloria,
non è mestieri ch’altro sia palese.

Su queste fosse è scritto da la storia
EROI d’ITALIA. Da la spoglia forte
la messe germogliò della vittoria.

“Nella vittoria scomparì la morte”.

Giulio Navone 

ringrazio Fedeica Delunardo

domenica 15 aprile 2018

Soldato Volontario di Guerra MANTICA Leonardo







15° Fanteria Brigata Savona



Nato a Milano il 1 Febbraio 1897
Morto sul Monte Sei Busi il 13 Ottobre 1915
Sepolto al Sacrario di Redipuglia 12° Gradone Loculo 22245




Note Storiche:

1 Ottobre 1915, La Brigata è dislocata nei trinceramenti sulle colline che sovrastano ad est di Redipuglia per q. 89 e 118 (Monte Sei Busi) col 16° accampato a Turriacco, mentre il 15° in linea le sue truppe seguitarono a riattare le trincee che occupano, a prolungare i camminamenti di approcci, e a costruire trincee di seconda linea con l'ausulio del personale del Genio.
Con queste  righe iniziava il diario della Brigata Savona ad inizio Ottobre, dove la vedeva ritornare in linea con la 20^ Divisione, dopo le prime due battaglie dell'Isonzo, che operò nel settore tra Fogliano e Polazzo .
Fino all'inizio della III^ Battaglia la vide nelle giornate proseguire come descritto all'inizio del diario a eseguire lavori in trincea, camminamenti e approcci, lavori che si susseguirono fino al giorno 13 Ottobre 1915, giorno in cui vide la morte il soldato MANTICA Leonardo, ma vediamo cosa descrive il diario in quella giornata:
13 Ottobre 1915; situazione invariata.
Procedono i lavori di riattamento e rafforzamento delle linee e a metri e metri quelli di approcci.
Il 15° ha il Sottotenente Petrelli Ottavio Ferito, , 7 gregari feriti e 1 ucciso (soldato MANTICA).
nessun mutamento per il proseguimento delle operazioni di domani.
Il soldato MANTICA appartenente alla 6^ Compagnia , fu colpito mortalmente alla parte destra del collo da un proiettile d'arma da fuoco, fu poi sepolto a Redipuglia


Mappa con la dislocazione della Brigata Savona nel mese di Ottobre 1915:






Trincea Italiana a Sud di Quota 118 Monte Sei Busi:




Quota 118 Monte Sei Busi



venerdì 30 marzo 2018

Soldato BEVILACQUA Giovanni




73° Fanteria Brigata Lombardia

Nato a Novale (VI) il 13 Agosto 1878
Morto sul Pecinka il 2 Novembre 1916
Sepolto al Sacrario di Redipuglia  2° Gradone Loculo 3789



Note Storiche

La Brigata Lombardia con i suoi due reggimenti 73° e 74° alla vigilia della 9^ battaglia dell'Isonzo era schierata fonteggiando le linee tra il Pecinka e il Veliki Hrib. La Brigata apparteneva con la Brigata Toscana e il 6° reggimento Bersaglieri alla 45^ Divisione (vedi mappa 1) , comandata dal Generale Venturi.
Lascio spazio alla descrizione di quesi giorni tratta dal libro "Le Battaglie del Carso" di Juren-Persegati e Pizzamus:
Alla brigata Lombardia, schierata al centro della 45a divisione di Venturi, era toccato il settore tra il Veliki e il Pecinka. Doveva coadiuvare sulla sinistra l'azione della brigata Toscana contro il Veliki e, contemporaneamente, sulla destra favorire l'avanzata dei Bersaglieri per l'occupazione del Pecinka (q.291). Una volta sfondato il fronte doveva avanzare verso quota 376, a est del Veliki e, in concorso con i Bersaglieri, occupare quota 308 (Pecina) a oriente del Pecinka. "Alle ore 12.30 le successive ondate costituite dal III battaglione raggiungono le creste del Veliki dilagando a sud verso il Pecinka — ricorda sinteticamente un libro di memorie in onore del 73° reggimento —, alle ore 13,50 la 5a compagnia con a capo il prode capitano De Sena occupa la quota 308 mentre gli altri reparti del II battaglione... sorpassano il tratto di fronte che da q. 308 si congiunge a q.376 e trova modo di collegarsi tanto a destra che a sinistra' 10. Grazie all'efficace azione distruttiva dell'artiglieria i fanti della Lombardia avevano raggiunto rapidamente sulla destra la quota 291 del Pecinka, mentre sull'altro fecero capitolare in successione il costone sud di quota 343 e il fortino creato dagli austro-ungarici a difesa del quadrivio a sud-ovest del Veliki Hrib. Anche Arnaldo Calori, ufficiale nel 74°, ricordò nel suo diario l'azione verso il Pecinka: "Dopo due giorni di aspra battaglia, mentre i soldati, nascosti fra i sassi, attendevano dubitosi l'assalto, don Saltalupo si rizzò, d'un tratto, tra le raffiche incalzanti della artiglieria nemica e, con la sua gran voce, benedisse i soldati "in articulo mortis". E tutti si levarono come un sol uomo, si scagliarono contro la trincea di fronte, la conquistarono e, in tal modo, quel giorno, il nostro battaglione faceva prigioniero un battaglione nemico"". A piccoli gruppi, per sfuggire alla reazione di fuoco dei cannoni e mitragliatrici, i soldati della Lombardia incalzarono i difensori austriaci verso est raggiungendo gli obiettivi finali della giornata: il "cocuzzolo pelato" tra le quote 343 e 376, insieme al muretto che collegava le quote 376 e 308. Dalla Dolina Zappatori, il maggiore generale Montanari, comandante della I brigata bersaglieri situata all'ala destra della 45a divisione, seguì con trepidazione l'avanzata dei suoi fanti piumati verso il Pecinka, il guardiano a nord di Lokvica, a dispetto del violento fuoco di sbarramento dell'artiglieria austriaca. Allo scoccare dell'ora dell'assalto, il maggiore Monti del 13° battaglione guidò le sue compagnie all'assalto della trincea della linea zero, oltrepassatala, Monti raggiungeva la cima del Pecinka. Non si fermò e proseguì verso la quota vicina, ancora più in profondità: q.308 del Peana. Mentre i battaglioni del 12° reggimento schierati all'ala sinistra mantenevano il collegamento con la Brigata Lombardia, il maggiore Monti, insieme a gruppi del 19° battaglione guidati dallo stesso colonnello Coralli comandante il 6° reggimento, raggiungevano q.308. Nelle doline circostanti furono catturati un posto telefonico, una sezione di sanità e vari soldati sorpresi dall'arrivo improvviso  degli italiani. Alla Dolina Zappatori il generale Montanari, nel primissimo pomeriggio, ricevette la visita del ['artiglieria Carlo Ederle un veronese barbuto e dagli occhi azzurri di appena 25 anni comandante delle controbatterie  del Carso, tre volte ferito e decorato con tre medaglie d'argento (e che cadrà l'anno dopo nell'ansa di Zenson  questo avrà la medaglia d'oro), il quale informò Montanari dell'occupazione del Pecinka e di q.308. Dall'osservatorio nemico scavato in cresta e affiorante sul suolo non c'è rimasto più nulla. I cannoni hanno martellato e sbrecciato l'opera nemica. Tutta la scorza petrosa, tutto il calcare biancastro che riveste le falde del Pecinka — la più squallida e aspra altura del Carso è sminuzzato  e scheggiato dai nostri bombardamenti... Par quasi che schiere interminabili di migliaia di scalpellini si siano assunti il folle  cottimo di scalpellare e sbucciare tutto il calcare del monte" scrisse il corrispondente Benedetti visitando la quota dopo battaglia. Ma la reazione dell'artiglieria austriaca non si fece attendere molto: "Su quelle posizioni infuriò poi lungamente e rabbiosamente, con artiglierie di ogni calibro, il bombardamento nemico "ebbe a scrivere nel suo rapporto il generale Montanari.
La collina (q.308 Pecina ) in apparenza un semplice nido di mitragliatrici, si rivelò un importante osservatorio dotato di una grande caverna  rifugio al suo interno, celere che di un riflettore nascosto sulla cima: "Era fastidioso questo fascio di luce che non permetteva ai nostri soldati il libero movimento neanche di notte. Il riflettore era spostato verso l'esterno del suo uso permettevano un rapido rientro nelle viscere del Pecina, rendendolo invisibile durante il giorno.

Mentre dal scritto di G.Lovisolo i Fanti del 73° troviamo i fatti del 2 Novembre, giorno che vedrà la morte del soldato BEVILACQUA:
"Il giorno dei Morti"
Il loro fuoco per quanto micidiale non riesce a trattenere punto l'impeto dei nostri battaglioni. Il giorno dei Morti 2 novembre si ottengono risultati degni dei grandi sacrifici compiuti dai soldati morti sul campo del dovere. Poco dopo il mezzodì del giorno dei Morti si riprende la splendida avanzata, e le compagnie del 2° Battaglione, vincendo ogni difficoltà. di stanchezza e di disagio, dopo aver respinto un contrattacco nemico, scattano dalle posizioni ove avevano passata la notte, si slanciano sulla linea nemica e verso le 15,30 si mostrano sulla sommità dei due coccuzzoli a sud del Faiti. Viene ordino di arrestare la marcia vittoriosa, perché i reparti laterali si mostravano alquanto arretrati. Sospendono essi a malincuore la loro volata, e senza punto badare alla stanchezza che li opprimeva, passano la notte in lavori di rafforzamento e riescono a costituirsi in breve un primo schermo, una prima difesa. Anche questa giornata di azione diede un brillante risultato, poiché non solo portò il nostro Reggimento oltre all'obbiettivo assegnato, ma ci dette modo di catturare un ingente bottino d'armi di ogni specie, di materiali d'ogni qualità, di prigionieri d'ogni grado. In questo giorno memorando si vide scendere un Comando di Brigata sorpreso da nostre pattuglie mentre attendeva a riorganizzar la difesa. Si vide scendere un numero rilevante di sanitari accerchiati mentre attendevano al loro pietoso compito. Si vide scendere una lunga colonna di muli venuta a portare il rancio ai combattenti. Si vide scendere ancora una lunga serie di cannoni e cassoni accompagnati dai rispettivi artiglieri. Fu questo giorno di gioia, di entusiasmo, un giorno di gloria e di trionfi un giorno che merita di essere scritto a caratteri d'oro nella storia del nostro Reggimento e dell'Esercito Italiano. 

E' molto probabile che il soldato BEVILACQUA sia morto in questa fase di combattimento  quindi non esattamente sulla zona del  Pecinka come invece viene identificato come luogo di decesso dagli atti di morte ( vedi successivamente) .


Mappa nr. 1 Schieramento della 45^ Divisione alla Vigilia della 9^ battaglia dell'Isonzo tratto dal libro Le Battaglie del Carso" di Juren-Persegati e Pizzamus:


 Avviso di morte del Soldato Bevilacqua:


L'ultima lettera del soldato Bevilacqua:


Testo dell'ultima Lettera :




 Quota 278 e Pecina:



Pecina :



Per questo post ringrazio Patrizia Bottene  nipote del Soldato BEVILACQUA  Giovanni




venerdì 16 marzo 2018

Caporale BORDI Giovanni




131° Fanteria Brigata Lazio

Nato a  Tarquinia il 25 Settembre 1889
Morto a Quota 70 di Selz il 4 Agosto 1916
Sepolto a ---- 

Decorato di Medaglia di Bronzo al Valor Militare 



Svillupatosi un incendio in un ricovero, noncurante del pericolo causato dallo scoppio di proiettili e bombe ivi depositate, sotto il fuoco di artiglieria che il nemico vi aveva concentrato, concorreva ad isolare ed a salvare grande quantità di munizioni ed altro materiale.
Monte San Michele, 15 Maggio 1916

Note Storiche:

La Brigata Lazio con i suoi due reggimenti 131° e 131° apparteneva nell'Agosto 1916 alla 16^ Divisione operante nel settore di Selz. Il 4 Agosto vide l'inizio della VI^ battaglia dell'Isonzo. Secondo gli ordini del VII° Corpo d'Armata diramati i giorni prima stabiliva che l'azione doveva iniziare il 4 Agosto alle ore 10 col fuoco d'artiglieria, di bombarde, lanciaruote ecc, e alle ore 16 (se risulterà possibile) con l'irruzione della fanteria. Il tiro mantenuto intenso e regolato e controllato da speciali osservatori è durato dalle 10 alle 16. A tale ora il Comandante della Colonna d'attacco, avendo riscontrato che nei punti fissati dei reticolati sono stati aperti varchi sufficienti per lo sbocco delle sue truppe, ha ordinato di avanzare sulle linee austriache.
La colonna  citata precedentemente era composta dal III° battaglione del 131° (quello che Caporale BORDI il quale apparteneva alla 12^ compagnia), del III° battaglione del 132°, della 155^ e 165* Comp. zappatori del Genio e del 23° reparto Mitragliatrici. La riserva del sottosettore è costituita dal 1° Gruppo Lancieri Novara. L'obbiettivo era la Quota Pelata partendo dalle linee di Quota 70.
Alle ore 16.30 impartito l'ordine di avanzare dal Ten. Colonnello Antezza (comandante del 131° fanteria), i reparti avanzano con la prima ondata formata dalle truppe del 131° in prima schiera la 9^ e 12^ compagnia seguite rispettivamente dalla 10^ e 11^ al Comando del Capitano Masciocchi, irrompe dal lato sinistro della trincea abbandonata di Quota 70 - Quota Pelata e raggiunge la trincea avversaria. L'avanzata di destra invece si deve fermare a ridosso dei reticolati nemici perchè soggetta al tiro di una mitragliatrice. Il 23° Reparto Mitragliatrici stante alla perdita di due Ufficiali non riesce a piazzare le mitragliatrici per controbattere le avversarie. A sinistra la 10^ compagnia riesce ad occupare la 2^ linea e a fare dei prigionieri. Però fatta segno subito ad un intenso fuoco di fucileria, mitragliatrici e a lancio di bombe con Gas asfissianti è costretta a ripiegare sulla 1^ trincea avversaria conquistata. A questo punto il nemico contrattacca con bombe asfissianti ed i nostri non potendo mantenersi sulle posizioni occupate già molto sconvolte dal nostro precedente tiro d'artiglieria rispiegano sulle nostre trincee. Verso le ore 20 si ristabilisce una calma relativa e i nostri riadattano durante la notte le trincee sconvolte.
Perdite: 131° : Ufficiali 1 morto, 8 feriti , 8 colpiti d'asfissia
              132°       ""        n.n.      , 4   "      , n.n.
3° Rep. Mit          ""         1        , 1    "      , n.n.

Perdite Truppa : 
               131°  67 morti, 123 feriti, 134 dispersi
               132°  30 morti, 60   feriti, 160 dispersi
 23° Rep. Mitr.   2 morti     


Note biografiche e storiche redatte da Francesco Strinati nipote di BORDI Giovanni:

Giovanni Bordi nacque a Corneto Tarquinia (oggi Tarquinia) il 25 Settembre 1889, figlio di Pio e Paolucci Angela
Dal foglio matricolare si apprende che Giovanni fu chiamato alla visita di leva il 19 aprile 1909, risultando idoneo di 1ª Categoria e lasciato in congedo illimitato provvisorio, poiché aveva un fratello (Domenico) già sotto le armi, secondo i termini dell’Articolo 6 della Legge 15 dicembre 1907. Giovanni fu richiamato alle armi con la classe di leva 1890, il 24 novembre 1910, dopo il congedamento del fratello, e destinato al 90° Reggimento Fanteria della Brigata Salerno, all’epoca  con sede a Genova.
Dal foglio matricolare si deduce che in una data non precisata e per un motivo altrettanto sconosciuto, Giovanni fu trasferito nel deposito di un altro reggimento, probabilmente di fanteria, non specificato, sito in Roma, in cui si trovava al momento del congedo in data 29 settembre 1911. A questo punto il Foglio Matricolare non riporta più alcuna notizia, né riguardo alla partecipazione di Giovanni alla Guerra di Libia, fatto noto e tramandato in famiglia, né tantomeno al suo richiamo e partecipazione alla Grande Guerra e alla sua decorazione al valore. L’ultimo appunto del Foglio matricolare si riferisce al 1 giugno 1921, in cui si afferma che non gli è rilasciata l’attestazione per l’elettorato politico dato che è morto in combattimento il 4 Agosto del 1916.
A questo punto si apre una sorta di “buco nero” nella ricostruzione delle vicende belliche di Giovanni.
Data l’incompleta compilazione del Foglio matricolare, non conosciamo con precisione il reggimento cui fu destinato nel corso del 1911, ma sappiamo che il deposito di tale reggimento si trovava a Roma. Dagli elenchi delle sedi dei reggimenti del Regio Esercito dell’epoca possiamo però ricavare la notizia che, a parte i reggimenti dei Granatieri di Sardegna, l’unico reparto con sede a Roma era l’82° fanteria. E’ quindi verosimile dedurre che l’82° reggimento fosse il reparto presso cui si trovava Giovanni, perché i Granatieri richiedevano ai soldati, per il reclutamento, un’altezza maggiore a quella di Giovanni. Tra l’altro, è interessante notare che l’82° Reggimento di fanteria fu uno dei primi reparti, unitamente ad altri (Iª Divisione speciale, composta dalla Iª Brigata con i Reggimenti Fanteria 82° e 84° e IIª Brigata con i Reggimenti Fanteria 6° e 40°) a sbarcare e Tripoli tra l’11 e il 12 Ottobre del 1911. In teoria, da quanto riporta il Foglio Matricolare, a questa data Giovanni avrebbe già dovuto essere a casa, avendo terminato il suo servizio militare, ma la data del suo congedo, 29 settembre 1911, coincide esattamente con la data di dichiarazione di guerra alla Turchia che dette inizio alle ostilità in Libia. E’ ragionevole quindi supporre che Giovanni non sia stato mandato in congedo oppure sia stato immediatamente richiamato, dato che tra l’altro le fonti documentali consultate riportano che, al momento dell’entrata in guerra, furono richiamati anche i congedati della classe precedente (1888) per essere spediti in Libia. Si può pertanto affermare con buona sicurezza che Giovanni abbia partecipato alla conflitto libico con l’82° Reggimento Fanteria. Dalle cronache dell'epoca tale reparto risulta essere stato presente ai principali e più sanguinosi combattimenti di tutta la prima parte della campagna in Tripolitania e in particolare alle battaglie di Sciara Sciat (23/10/1911), Ain Zara (26/11/1911) e Zanzur (Giugno 1912).
Nel Luglio del 1912, a guerra ancora in corso, fu smobilitata la classe di leva 1889, per cui presumibilmente Giovanni poté tornare finalmente a casa.
Giovanni, residente ancora a Tarquinia allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, potrebbe essere stato destinato sin dalla mobilitazione, alla Brigata Lazio (nelle cui fila cadrà l’anno successivo sul Carso come si evince dall’Albo d’Oro dei Caduti), reparto di nuova formazione, che aveva sede a Roma e come per la maggior parte delle altre brigate fu completata con reclute provenienti dalla regione sede dei reparti. Di questo dato ovviamente non vi è certezza, giacché manca qualsiasi riferimento sul Foglio Matricolare, e Giovanni potrebbe essere stato incorporato in prima battuta in altre Brigate che reclutavano nel Distretto di Roma (Brigate Bergamo, Salerno, Reggio, Sicilia, Valtellina, solo per citarne alcune) e solo in seguito destinato alla Brigata Lazio per non meglio precisati motivi (trasferimento? ritorno in linea dopo una ferita?).

Dal Diario di Guerra della Brigata Lazio apprendiamo che i due reggimenti che la costituivano, 131° e 132°, partirono da Roma alla volta del fronte il 27 maggio 1915. Furono inizialmente destinati alla zona davanti a S. Giovanni al Natisone, dove tra Luglio e Agosto parteciparono ai combattimenti nel settore Monte Fortin-Monte Podgora. Da Ottobre a Dicembre entrambi i reggimenti furono trasferiti più a sud nella zona del Monte San Michele dove parteciparono ai sanguinosi combattimenti per la conquista di tale importante posizione, meritando la Medaglia d’Argento al Valor Militare: Alla Bandiera del 131° Reggimento Fanteria: “Con impeto veemente e sanguinoso conquistò formidabili posizioni sulle pendici del S. Michele e nel settore di Monfalcone; con incrollabile tenacia resistette agli accaniti ritorni offensivi dell’avversario (Basso Isonzo, 1915-1916)“.Alla Bandiera de 132° Reggimento Fanteria: “Si affermò superbamente a Rocce Rosse, a Costone Viola del S. Michele, sul Debeli e a quota 144 di Monfalcone, dando costantemente fulgida prova di valore e generoso tributo di sangue (Basso Isonzo, 1915-1916)”.
Nel corso del 1915 i due reggimenti parteciparono pertanto in successione alla Seconda, Terza, Quarta Battaglia dell’Isonzo (le famose “spallate” di Cadorna), subendo in totale poco meno di 4000 perdite tra morti, feriti e dispersi.
Dal Gennaio al Maggio 1916 la Brigata Lazio si alternò con la Brigata Perugia nel mantenimento delle posizioni del Monte San Michele, partecipando comunque anche alla Quinta Battaglia dell’Isonzo (Marzo 1916) e perdendo in totale, in tale periodo, circa altri 700 uomini .
Dopo un periodo di riposo nel Giugno del 1916 la brigata fu trasferita nella zona Monfalcone-Ronchi dei Legionari (GO). In particolare il 131° Reggimento, quello cui apparteneva Giovanni, il 24 Luglio fu trasferito nella zona sopra Ronchi dei Legionari dove, passando alle dipendenze della 16ª Divisione, assunse la difesa del fronte da Quota 45 a Quota K, alture situate sopra la frazione di Selz.
Tra l’estate del 1915 e quella del 1916, il fronte difensivo Austro-Ungarico sul Carso si sviluppava su più linee difensive, scendendo dal Monte San Michele con asse nord-sud, verso i capisaldi che dominavano la pianura, il corso del fiume Isonzo e, sul mare, la paludosa piana di Monfalcone. Il Monte Sei Busi, con le Quote 89 (attuale sommità del Sacrario di Redipuglia), 118 e 111, controllava gli accessi degli italiani verso Redipuglia. Più a sud, le Quote 65 e 70 di Selz, costituivano con la Quota Pelata, il forte raccordo con il Monte Cosich e il mare, sbarrando la strada che conduce a Trieste.
Il trasferimento dei reparti della Brigata Lazio s’inquadrava nella più ampia preparazione a quella che sarà ricordata come Sesta Battaglia dell’Isonzo.
Il 4 agosto 1916, come preludio alla Sesta Battaglia dell'Isonzo, 
sul Carso di Monfalcone le batterie dell'artiglieria italiana aprirono il fuoco dalle 10 di mattina per sei ore consecutive nel settore Selz-Vermegliano, 16 chilometri a sud di Gorizia. A metà pomeriggio, alle 16, partì l'assalto delle fanterie contro la "quota Pelata" del Monte Cosich [sopra Selz] e le quote 121 e 85 [Monfalcone - direzione di Trieste], tenute dalla 17ªe 24ªBrigata dell’esercito imperiale austro-ungarico. La brigata Lazio mandò all’assalto il III° Battaglione del 131° reggimento (quello di Giovanni, che apparteneva alla 12ª compagnia) e il III° Battaglione del 132° reggimento. Venne occupata, a destra del fronte d’attacco Quota 121, ma l'avanzata si arrestò contro i reticolati delle trincee austro-ungariche che non erano stati minimamente toccati dal bombardamento delle artiglierie. I difensori contrattaccarono e le truppe italiane furono costrette a lasciare la quota con pesanti perdite. Venne occupata anche Quota 85 (poco sotto la quota 121) ma anche qui, dopo una breve occupazione delle trincee austro-ungariche, la fanteria italiana fu costretta ad abbandonare la posizione nonostante ripetuti tentativi e ritornare alle posizioni di partenza. Anche l'attacco a sinistra contro la "Quota Pelata" del Monte Cosich risultò essere un fallimento. Le truppe austro-ungariche avevano lasciato le loro trincee ormai incapaci di contenere l'assalto italiano ma queste erano state riempite di bombe a gas che scoppiarono proprio quando le truppe italiane iniziavano l'occupazione delle posizioni. L'artiglieria austro-ungarica si accanì contro la "Quota Pelata" e pertanto, le truppe italiane dovettero immediatamente abbandonarla poco dopo le ore 19.
Il riassunto del Diario Storico della Brigata Lazio riporta: “Il 4 Agosto essa [cioè la brigata], inizia le prime azioni per la conquista delle antistanti posizioni avversarie: su due colonne attacca quota Pelata, ostentando una minaccia al Monte Cosich. L’obiettivo è in parte raggiunto, ma la posizione non può essere tenuta perché il nemico contrattacca ovunque violentemente obbligando le colonne a rientrare nelle trincee avanzate di q. 70. Le perdite dei due battaglioni attaccanti (III/131° e III/132°) ascendono a 21 ufficiali e 574 militari di truppa”.
Tra queste perdite vi è anche quella di Giovanni Bordi. La dichiarazione di morte redatta dal comandante di compagnia ci dice che Giovanni muore alle 16.40 del 4 Agosto per un colpo al petto e ciò è testimoniato da almeno due commilitoni. Il suo corpo rimane “insepolto sulla vetta del Monte Cosich”, come riportato nell’atto di morte.

A questo punto è lecito chiedersi cosa ne fu del corpo del povero Giovanni. Purtroppo ad oggi è impossibile ricostruire con precisione cosa accadde.  Non sappiamo neanche se, quando ed eventualmente in quale luogo fu poi sepolto. Nella risposta arrivata dopo una specifica richiesta, dal Commissariato Generale per le Onoranze ai Caduti del Ministero della Difesa, viene confermato questo fatto. Dove Giovanni sia caduto è abbastanza certo dato che è riportato sulla dichiarazione di morte, redatta dalla compagnia di appartenenza. Da qui a risalire al luogo di sepoltura è tutt’altro discorso. Innanzitutto tale dichiarazione riferisce che il corpo di Giovanni rimane insepolto sulla vetta del Cosich, che non restò immediatamente in mano italiana, ma fu conquistata solo circa una settimana più tardi. Pertanto è verosimile pensare che la salma sia stata forse recuperata e seppellita in tale frangente. In secondo luogo, dato l’alto numero di caduti che i combattimenti causavano, spesso i corpi erano letteralmente ammucchiati al fondo delle numerose doline, sorta di profondi avvallamenti, tipici del paesaggio carsico, nell’impossibilità di scavare delle fosse singole per ogni soldato morto. Comunque anche nel caso che Giovanni sia stato sepolto in uno degli innumerevoli piccoli cimiteri di guerra che costellavano tutte le immediate retrovie del fronte, tali luoghi di sepoltura furono tutti ispezionati e svuotati nell’immediato dopoguerra trasferendo le salme presso il Sacrario Militare di Redipuglia. Da ricerche effettuate direttamente presso questo immenso sacrario, non è presente il nome di Giovanni Bordi, come confermato anche dal Ministero della Difesa. Bisogna comunque considerare che dei 100.000 morti italiani sepolti a Redipuglia, solo poco più di 30.000 hanno un nome, essendo i restanti tutti ignoti e fra di essi probabilmente vi è anche Giovanni.(1)

Un ultimo appunto riguardante la storia di Giovanni Bordi è quello concernente la concessione della Medaglia di Bronzo al Valor Militare, di cui risulta essere stato insignito secondo l’Albo d’Oro dei Caduti. Giovanni  risulta essere stato insignito della Medaglia di Bronzo al Valor Militare con Regio Decreto del 18 novembre 1920 (per commutazione dell’encomio solenne, conferito con Decreto Luogotenenziale del 29 ottobre 1916), con la seguente motivazione:
“Sviluppatosi un incendio in un ricovero munizioni, noncurante del pericolo causato dallo scoppio di proiettili e bombe ivi depositate, sotto il fuoco intenso di artiglieria che il nemico vi aveva concentrato, concorreva ad isolare il ricovero stesso ed a salvare grande quantità di munizioni ed altro materiale.
Monte San Michele, 15 maggio 1916”.

Dal Diario Storico della Brigata Lazio sappiamo che il 131° Reggimento di Giovanni nel Maggio 1916, fu coinvolto nei combattimenti che infuriarono vicino alle Cime 1 e 2 del Monte San Michele, duramente attaccate degli austriaci, e verosimilmente nel corso di questi combattimenti si verificò l’episodio di valore che portò alla concessione dell’Encomio solenne prima e della Medaglia di Bronzo poi. Ironia della sorte entrambi i riconoscimenti furono concessi a Giovanni dopo la morte.


 (1) Nota dell'Autore A.M.:
Si precisa che solamente due soldati su 67 più i dispersi considerati morti del 131° caduti il 4 Agosto 1916 trovano posto tra i noti al Sacrario di Redipuglia, gli altri con alta probabilità sono sepolti come il Caporale BORDI tra gl'ignoti.

L'Atto di Morte del  Caporale BORDI Giovanni, da notare l'ora del decesso, che risale a pochi minuti dopo all'inizio dell'avanzata:

Il Foglio Matricolare del  Caporale BORDI Giovanni :

Mappa con le linee della Zona di Selz- Quota 70-Quota Pelata nel Luglio 1916, identiche a quelle del 4 Agosto 1916:
Selz vista dalle pendici di Quota 70


Da Quota 70 veduta verso Quota Pelata



Quota 70

 Trincea Italiana a ovest Quota 70



Per questo post ringrazio Francesco Strinati nipote di BORDI Giovanni