In questo blog voglio raccontare e trasmettere le storie di questi uomini diventati soldati e che oggi a cent’anni di distanza non vengano dimenticati.
Sono storie nella storia di quella che fu la Grande Guerra.
Questi caduti sono morti sul carso, in quei due anni e mezzo di sanguinose battaglie, molti di questi oggi riposano al sacrario di Redipuglia con un nome, ma per la maggior parte questo non è stato possibile. Voglio così onorare la loro memoria con questo mio tributo.

Vorranno dimenticarvi, vorranno che io dimentichi, ma non posso e non lo farò. Questa è la mia promessa a voi a tutti voi.

Vera Brittain

sabato 17 gennaio 2015

Soldato LONGHI Cornelio






9° Reggimento Artiglieria Campagna

Nato a Seriate (BG) il 17 Luglio 1895
Morto a Zona Monte San Michele il 24 Dicembre 1915
Sepolto al Sacrario di Redipuglia (8° Regg. Art. Camp)




Prefazione
Il Tenente Lentini Vincenzo, nel suo diario, non sempre cita i nomi dei soldati, come nemmeno i reparti che apparteneva e cosi' come  anche  in questo episodio che leggerete alla fine di questa mia prefazione . Dopo  aver letto questo pezzo del libro, avevo espresso il grande desiderio  di conoscere il nome di almeno uno di questi caduti, inizialmente non conoscendo il reparto la cosa era un pò difficile, poi grazie ad alcune informazione trovate sono riuscito a risalire al reparto il 9° Regg. Art. da Campagna , poi  la ricerca fu resa facile in quanto veniva citata la provenienza di uno di questi caduti, e cosi' ho potuto sapere chi era.



Tratto dal libro "Pezzo Fuoco" del Tenente Lentini:

Era il 24 dicembre 1915. Triste e squallido Natale per tutti, ma oltremodo doloroso per noi che per la seconda volta, me assente, dovevamo lamentare in famiglia (ogni reparto era tale quando da tempo si era insieme) una disgrazia che, troncando piu' giovinezze, nate per altra mansione che non quella di uccidere o farsi uccidere, veniva a rattristare la santa ricorrenza dedicata appunto alla nativita', alla vita.
Il ciclista di batteria mia aveva appena recapitato un biglietto: << Vieni subito. Tre morti in batteria.>>. Dalle affrettate interrogazioni ed imprecise risposte del ciclista, avevo potuto sapere che una granata da 105 aveva uccisi tre soldati e che il Capitano, occupato per il tiro, aveva appena potuto far trasportare al posto di medicazione l'unico che dava ancora segno di vita.
La mia batteria continuava intanto il tiro di sbarramento a cui rispondeva il nemico con i suoi confetti.
Ma perché dunque combattere, ammazzare, distruggere? Non si sarebbe potuto, negandoci tutti, ottenere altrimenti lo scopo?
In silenzio abbracciai il Capitano e ci parve confortevole essere vicini.
Mi recai subito sulla linea di pezzi spingendomi sino alla linea dello scoppio.
Nella pianura, a ridosso dell'argine destro dell'Isonzo dove eravamo in posizione, presso il margine della rotabile, vi era una casa colonica a due piani oltre il piano terreno. Dietro tale casa avevamo fatto scavare  e costruire un solido ricovero a riparo del tiro nemico.
Era stato da poco distribuito il rancio quando una scarica di 105 aveva consigliato un pronto riparo nel ricovero, volgarmente chiamato fifaus. Il tiro era continuato lento e cadenzato, di modo che i soldati avevano avuto agio di consumare il rancio e di attendere ordini.
Tre soli, restii ai consigli di prudenza del capo pezzo vollero, a mezzo il foro, andare a depositare la loro gavetta, non tollerando più oltre la ristrettezza e la posizione imposta dal ricovero.
Seduti tutti e tre su di un pagliericcio, si sentivano ridere, quando un improvviso sibilo e una fragorosa detonazione annunziò ai compagni ed al comandante una disgrazia.
Dopo la prima incertezza, con lo sparire del fumo e del polverone provocato, lo spettacolo offerto fu certo uno dei più macabri e impressionanti.
La granata,penetrata attraverso una finestra del primo piano, aveva nettamente forato il pavimento di legno andando a scoppiare al piano terreno alle spalle dei tre seduti sul pagliericcio. Lo scoppio ed il cono di proiezione delle schegge aveva investito alla testa i tre disgraziati.
Uno dei morti era il nostro miglior meccanico, uno di quei bergamaschi irrequieti che male mordevano il freno della disciplina, ma che pieni di coraggio erano straordinariamente sinceri e devoti.
Prima di partire per il fronte, sorpreso dai carabinieri di servizio dopo la ritirata presso una trattoria della città sede del suo reggimento a mescolare polenta, aveva mostrato di accettare di tornare in caserma, ma al momento buono con un scrollata di spalle si era liberati degli angeli custodi ed era tornato alla polenta. Tre volte aveva ripetuto il gioco sino a quando la benemerita riuscii a consegnarlo all'ufficiale di picchetto che per caso era il suo ufficiale. Fu perdonato previa promessa che non avrebbe più ritardato e soprattutto non si sarebbe allontanato dalla residenza, come era solito fare senza permesso. Promise e mantenne.
Nei primi giorni di spostamenti, non funzionava ancora la mensa, era lui che spariva per un paio d'ore per ritornare sempre carico di provviste con ottimo vino, polenta veneta e qualche pezzo di lesso o arrosto. Dove prendesse quella roba e come facesse rappresentava il suo segreto, poiche' rifiutava il denaro che gli davamo per l'eventuale compenso.
Ci diceva che, essendo simpatico le belle friulane erano larghe con lui di cibi e baci. Povero ragazzo! Rosso di capelli era tutt'altro che bello, ma spigliato ed intraprendente certamente riusciva a conquistare in altro modo.
Tutto quest avevo rivisto come in un sogno nei pochi istanti che solo ero rimasto in quella tetra ed umida stanza a faccia ed a colloquio con la morte.
Nelle prime ore della notte, subentrata una relativa calma, seppellimmo nel vicino cimitero, a fianco del nostro primo morto, i caduti ai quali apponemmo altra e comune lapide di marmo.












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